Ultima pagina di un romanzo: la vita


Fernando Jorge dos Santos Farias

LXX

Ingiallita sul muro, la fogliolina segna il 1979. L’universo carioca con un crepuscolo triste e piovoso, in tenue tonalità di grigio, non comprende l’addio di Dalcídio. In modo incontrollabile, il vento aumenta solo il suo sbuffo, anche in sgomento. Il sole con un bagliore imbarazzato si nasconde dietro nuvole pesanti e inibite, intriso di un grido giovanile, intrappolato, intuendo l’assenza del padre. Rio nel suo insieme, all’improvviso, è inzuppata di pioggia e piange, lamentandosi per l’eterno riposo del lavoratore del romanzo di Amazon.
E il silenzio ha una data certa. L’ultima pagina della sua saga rivela il 16 giugno in un volto fragile, esigente, pieno di fríúme come uno che ha ricevuto la visita fulminante delle falene e tende a sciogliersi. La corrosione del tempo imprime in questa pagina i segni della stanchezza, dell’usura totale e dell’impegno, anche all’ultimo momento, per le immagini semplici e angoscianti della vostra terra. In quanto artigiano della parola, il romanziere Marajó sull’ultima pagina del suo Romance-Vida ha bisogno del suo strumento in mano, e così, in sacrificio, la carta sanguina di lettere esitanti e balbettanti, ma impregnate di sincerità:
L’ultimo granello di sanità mentale sta per cadere questo pomeriggio di ghiaccio e rossore nel campo viola dove i maiali si intrufolano silenziosamente. Così i boschetti lontani sono coperti di indaco, vecchi buoi muggiti piegati nel prato asciutto.
Il corpo, jito, annuncia che ha bisogno di dormire. Per sempre. Ci sono (dis) conformità con la fine. E ribelle, si muove lungo linee tremanti, anche una tremante curiboca di 70 anni, pensieri confusi, intrisa di incommensurabile paraensismo e di una caparbietà, ostinatamente testarda, nel vivere. In un ambiente spazzolato dall’amarezza, lo scrittore Paraense si sente come un uccello zoppo, stordito da cadere, nei campi grigi e bruciati, proprio come a Cachoeira. I piccoli occhi vaghi insistono nel rimanere vivi e si concentrano sul sentimento dolce, ingenuo e ingiusto che sta vivendo. In un attimo il semplice uomo di provincia sente la vita ridente, schietta e luminosa, mai vissuta nella sua interezza. La malattia lo rende impotente, irrequieto e vittima delle sue debolezze.
L’orologio sul muro gocciola, le ore che scorrono, a malapena, d’accordo con il petto distante, amaro e debole dello scrittore. Le sue idee scappano come cinghiali in volo … e lui, sottoposto ad “alta letteratura”, le insegue e le insegue. E se prima si vedevano inondazioni, ora alberi e nuvole e brezze e acque. Stop.
Un sottile e malinconico fischio di morte lacera il silenzio e richiama la presenza dell’arowana che galleggia senza molta comprensione. Il chincoã si stende su un ceppo bagnato e, bagnato dal freddo, contempla il falco-coré che sta volando sopra quell’uomo con il coltello, e con il suo canto minaccioso annuncia che il peggio sta ancora accadendo. Dalcídio, consapevole della coerenza testimoniale del suo lavoro, sbottona un giallo raggio di sorriso e si posa su una pianura comune, nei campi dell’immortalità. La piccola coscienza vacillante nell’aria osserva la vita negli occhi dei posteri.
La luce si accende e il corpo ha bisogno di dormire. In sintesi, il calice della sua esistenza è esaurito. La malattia miete, una volta per tutte, senza rimpianti e con grande familiarità, la vita del Marajoara, che semplicemente riposa, avvolto a Rio. La saga, illustremente sofferta, del
scrittore di tipo shell. Questo, in altri tempi tronco di acapu, è ora visto abbattuto dalla legge naturale della vita, tuttavia, si osserva eternato nel pensiero a bocca aperta nella lotta degli uomini e dei luoghi comuni: raccoglitori di molluschi, aninga terra, porto di pescatori
di tambaqui e pirarucu …
In mezzo a un’immensa lucciola che appare, si possono vedere i personaggi da lui creati dal cuore sapopema dello scrittore d’acqua. Come un santo, salutano il loro creatore, che si raccoglie nel suo guscio. Fallo. Molto probabilmente, il sottile indiano era tornato all’interno della sua pietra tucumã.

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